Sudan: mille giorni dopo lo scoppio della guerra
La guerra in Sudan, scoppiata quasi tre anni fa, ha sconvolto la vita di 30 milioni di persone, la metà delle quali ha dovuto fuggire dalla propria casa. Di fronte a questa drammatica situazione umanitaria, la Svizzera ha già stanziato circa 190 milioni di franchi per sostenere il Sudan e i Paesi vicini (Ciad, Sudan del Sud ed Egitto), oltre ad aver promosso il rispetto del diritto internazionale umanitario e l’istituzione di un cessate il fuoco.

All’inizio del 2026 la situazione in Sudan rimane molto preoccupante. Gli scontri tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le milizie delle Rapid Support Forces (RSF), che coinvolgono anche gli alleati delle due fazioni e si protraggono dall’aprile del 2023, hanno trascinato la popolazione in una profonda crisi umanitaria. Il conflitto ha mietuto decine di migliaia di vittime, costretto milioni di persone alla fuga e provocato una grave carestia. Le infrastrutture essenziali negli ambiti della sanità, dell’istruzione e degli approvvigionamenti hanno subito massicce distruzioni, cui hanno fatto seguito un’esplosione dei prezzi e un peggioramento della crisi alimentare.
Secondo le Nazioni Unite, più della metà della popolazione è colpita da insicurezza alimentare acuta e 30 milioni di persone dipendono dall’aiuto umanitario. In alcune regioni la fame è un problema ampiamente diffuso e il colera continua a diffondersi. Donne, bambini e gruppi emarginati sono esposti a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, come gli abusi sessuali che vengono commessi su larga scala. A oggi, 11 milioni di persone sono sfollate all’interno del Sudan e 4 milioni sono fuggite nei Paesi limitrofi, come il Ciad, il Sudan del Sud e l’Egitto.

Una crisi di dimensioni regionali
I Paesi limitrofi, in particolare il Ciad, il Sudan del Sud e l’Egitto, sono sempre più sotto pressione a causa del massiccio afflusso di profughi e profughe, che mette a dura prova le loro già fragili infrastrutture. In occasione di una visita nel Sudan del Sud nel 2025, la direttrice della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) Patricia Danzi ha osservato: «La guerra in Sudan aggrava la situazione delle popolazioni ospitanti nell’area settentrionale del Sudan del Sud e nei Paesi vicini, oltre ad avere un impatto disastroso sull’economia e sull’inflazione. È di vitale importanza contribuire alla ricerca di una soluzione che faccia tacere le armi e riporti la pace».
Il monitoraggio attento della Svizzera
Dallo scoppio delle ostilità, la Svizzera segue con attenzione l’evolversi della situazione umanitaria in Sudan e le relative ripercussioni nei Paesi confinanti. Con la chiusura temporanea dell’Ambasciata a Khartoum, le attività operative della DSC vengono coordinate dall’Ambasciata di Svizzera al Cairo. Secondo Kathrin Wyss, capo supplente della cooperazione internazionale per il Sudan, «questa base permette di monitorare più da vicino le attività e di reagire con maggiore rapidità allo sviluppo della situazione».
Durante una missione a Kassala, nel Sud-Est del Paese, dove ha incontrato sfollate e sfollati interni oltre che profughe e profughi provenienti dal Sudan del Sud e dall’Etiopia, Kathrin Wyss ha sottolineato che «oltre all’aiuto d’emergenza, sono possibili anche approcci a lungo termine per consentire alle popolazioni di ricostruire la propria vita e tornare a essere autonome, anche nelle regioni in cui ciò non sembra realizzabile, come nel Darfur». Ha inoltre spiegato come i partner della Svizzera lavorino con la popolazione locale, per esempio nella costruzione e nella manutenzione delle strade allo scopo di facilitare l’accesso ai mercati.
Di fronte a questa crisi, il nostro Paese ha adottato un approccio regionale mobilitando tutti i servizi competenti del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) alla Centrale e sul posto. L’ufficio della DSC per il Sudan basato al Cairo, per cui lavorano quattro espatriate ed espatriati, si avvale di collaboratrici e collaboratori locali di grande esperienza e sul sostegno dei colleghi a Berna. In aggiunta, nei limiti del possibile vengono organizzate ricognizioni sul campo per valutare meglio la situazione. Le più recenti si sono svolte a gennaio e febbraio del 2026 nello Stato del Nord, in particolare a Dongola. L’ufficio lavora anche a stretto contatto con l’inviato speciale del Consiglio federale per il Corno d’Africa e con l’ufficiale di collegamento della Divisione Pace e diritti umani (DPDU) del DFAE per il Sudan, entrambi basati a Nairobi, in Kenya.

Fondi e know-how dalla Svizzera
A oggi la Svizzera ha stanziato circa 190 milioni di franchi a favore del Sudan e dei Paesi limitrofi ripartendoli tra agenzie delle Nazioni Unite (OCHA, PAM, ACNUR), il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) e ONG internazionali (Medici senza frontiere, Norwegian Refugee Council e Save the Children). Questo importo include il credito aggiuntivo di 50 milioni di franchi sbloccato nel dicembre 2025 dal Parlamento svizzero a seguito dell’inasprimento dei combattimenti nel Nord del Darfur e della conquista di Al-Fashir. Questa decisione interviene subito dopo la visita congiunta in Sudan di Dominik Stillhart, direttore supplente della DSC e delegato all’aiuto umanitario, e di Valérie Liechti, vicedirettrice della DSC e capo della divisione Africa. «Con questo stanziamento la Svizzera invia un segnale forte e dimostra di non rimanere indifferente al destino della popolazione civile in Sudan e nella regione», sottolinea Dominik Stillhart.
La metà dei fondi è destinata a sostenere la popolazione in Sudan, mentre la restante parte serve a rispondere alla crisi nei Paesi limitrofi (Sudan del Sud, Ciad ed Egitto). Il denaro viene impiegato per far fronte ai bisogni più urgenti – cibo, accesso all’acqua potabile e alle cure, servizi igienico-sanitari, alloggi, protezione della popolazione e prevenzione delle violenze a danno di donne, bambine e bambini, miglioramento della sicurezza alimentare –, oltre che per supportare soluzioni durature con un orizzonte temporale più lungo, come il rafforzamento dei mercati locali e l’accesso all’istruzione per le profughe e i profughi e le comunità ospitanti.
Per il tramite di ONG internazionali, la Svizzera collabora con un numero crescente di organizzazioni locali, in particolare nel Darfur e al confine con il Ciad. In alcune regioni, queste ultime sono gli unici attori umanitari in grado di accedere alle popolazioni colpite.
Dallo scoppio della crisi, la Svizzera ha inoltre messo a disposizione esperti ed esperte del Corpo svizzero di aiuto umanitario (CSA) presso vari organizzazioni (OCHA, ACNUR, OMS, OIM, PAM, MSF e Mercy Corps). Le loro competenze nei settori dell’acqua, dei servizi igienico-sanitari, della protezione e della salute sono di supporto ai lavori di queste organizzazioni sul campo.
Alcune cifre chiave sugli aiuti distribuiti
Grazie al credito aggiuntivo sbloccato alla fine del 2025, il Programma alimentare mondiale (PAM) ha acquistato 1150 tonnellate di generi alimentari per sfamare 1,1 milioni di persone per un mese.
Dal 2023 più di 3 milioni di persone, di cui il 55 % donne, hanno beneficiato degli aiuti svizzeri ricevendo quasi 6000 tonnellate di cibo in tutte le regioni del Paese, soprattutto nel Nord del Darfur e a Khartoum.
Un impegno diplomatico a favore della pace
Sul fronte diplomatico, la Svizzera difende il rispetto del diritto internazionale umanitario e sostiene la protezione delle popolazioni civili, l’accesso umanitario rapido e senza ostacoli alle zone di conflitto e un cessate il fuoco. Come negli anni precedenti, il Sudan sarà sull’agenda delle prossime due conferenze di Bruxelles (26 marzo 2026) e Berlino (15 aprile 2026).
Sudan: una priorità della politica di pace della Svizzera
Dal luglio 2023 la Svizzera ospita dialoghi confidenziali tra le parti civili sudanesi nell’ambito dei suoi buoni uffici, con l’obiettivo di migliorare le possibilità di successo dei negoziati ufficiali sul futuro politico del Sudan dopo la guerra. Su iniziativa degli Stati Uniti, nell’agosto 2024 il DFAE ha inoltre ospitato in Svizzera una conferenza di pace. Tuttavia, l’assenza di una delle parti in conflitto ha impedito di condurre i colloqui per un cessate il fuoco. La conferenza si è quindi incentrata sull’accesso umanitario e sulla protezione della popolazione civile durante la guerra. Da questi colloqui è nata una coalizione diplomatica denominata Aligned for Advancing Lifesaving and Peace in Sudan (ALPS), che riunisce Stati Uniti, Svizzera, Emirati arabi uniti, Arabia Saudita, Egitto, ONU e Unione africana. Da allora, grazie al suo impegno diplomatico congiunto, il gruppo ALPS è riuscito a ottenere impegni concreti da parte dei belligeranti, tra cui l’apertura di valichi di frontiera per il trasporto di beni umanitari provenienti dal Ciad, la possibilità di effettuare voli umanitari e l’introduzione di regole più rigide per la protezione della popolazione civile da parte delle RSF. La Svizzera continua ad adoperarsi nel quadro di questo gruppo per far progredire l’attuazione concreta degli impegni presi.
Anche l’inviato speciale svizzero per il Corno d’Africa si è impegnato a favore di una soluzione alla crisi sudanese mettendo in piedi un’ampia rete per la Svizzera grazie a frequenti contatti e a un lavoro di relazioni pubbliche nella regione. Inoltre, nel settembre 2024 la DPDU del DFAE ha inviato nella regione una consigliera per la sicurezza umana per il Sudan. Con questa missione, la DPDU può ora estendere il suo impegno a vantaggio della politica di pace.
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