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ComunicazioniPubblicato il 15 dicembre 2021

«Avevamo un’immagine troppo uniforme dei Paesi del blocco orientale»

Nel 1991 la Svizzera riconosce l’indipendenza degli Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione sovietica e avvia il programma di sostegno, consapevole che l’immagine diffusa dell’Europa dell’Est quale blocco uniforme non corrisponde alla realtà. L’obiettivo è accompagnare la loro transizione verso la democrazia e un’economia di mercato: una sfida complessa che la Svizzera accetta. Retrospettiva di 30 anni di cooperazione con l’Europa dell’Est.

Cronologia della cooperazione svizzera con gli Stati post-sovietici.

La vera intenzione di Michail Gorbaciov, ultimo presidente dell’Unione Sovietica, è traghettare l’Unione verso una confederazione di Stati sovrani. Il trattato per la creazione dell’Unione degli Stati sovrani viene accettato a larga maggioranza nel marzo 1991 con il primo e unico referendum dell’Unione sovietica.

Ma come spesso accade, i piani dei politici naufragano quando si scontrano con la realtà. Il 19 agosto 1991, un giorno prima della firma del nuovo trattato, Gorbaciov viene posto agli arresti domiciliari nella sua dacia in Crimea con un colpo di stato. I golpisti, però, hanno fatto i conti senza l’oste: incontrano un’ampia resistenza tra la popolazione, mentre buona parte della polizia e dell’esercito si rifiuta di eseguire gli ordini.

Il colpo di stato fallisce ma porta alla disgregazione dell’Unione sovietica. In dicembre Gorbaciov si dimette dalla carica di segretario generale del Partito Comunista e di capo dello Stato.

Barricate davanti al palazzo del Governo a Mosca.

Riconoscimento dell’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche

Alcune ex repubbliche sovietiche, come gli Stati baltici, hanno dichiarato la loro indipendenza prima della disgregazione dell’Unione Sovietica, altre invece si alleano per creare, il 21 dicembre 1991, la Comunità degli Stati Indipendenti. Poco dopo, la Svizzera riconosce l’indipendenza della Federazione Russa, dell’Ucraina, delle Repubbliche di Bielorussia e Moldova, del Kazakstan, della Georgia, dell’Armenia, dell’Azerbaigian, dell’Uzbekistan, del Turkmenistan, del Tagikistan e del Kirghizistan.

Quello che fino ad allora in Occidente è visto come un blocco unico oltre la Cortina di ferro si rivela improvvisamente un insieme composito di Stati multietnici. «Avevamo un’immagine troppo uniforme dei Paesi del blocco orientale», dichiara nel 1999 Remo Gautschi, allora capo della cooperazione con l’Europa dell’Est.

Gli Stati post-sovietici, in parte impreparati all’indipendenza, si trovano a dover affrontare sfide enormi nel processo di transizione. Il crollo dell’Unione sovietica implica anche il crollo di una struttura di governo ed economica centralizzata, lasciando questi Paesi praticamente senza istituzioni statali proprie. L’economia subisce una contrazione del 50-60 per cento. I conflitti tra minoranze rimasti fino ad allora sopiti esplodono, provocando sanguinosi scontri.

Sostegno ai processi di sviluppo avviati autonomamente

Nel 1993 la Svizzera stanzia risorse per la cooperazione con l’Europa dell’Est in Russia, Ucraina e Asia centrale con l’obiettivo di sostenere la transizione da un governo monopartitico con un’economia pianificata a una democrazia pluralista con un’economia sociale di mercato. La sua indipendenza e neutralità le assicurano una posizione privilegiata, tanto da essere, nel 1996, il primo Paese europeo a concludere un accordo di cooperazione con la Russia. È subito chiaro che non serve a niente ampliare le infrastrutture e incrementare lo sviluppo economico se non si fanno passi avanti verso il pluralismo e la democrazia. Inoltre, alla fine degli anni 1990 comincia ad assumere un’importanza crescente la questione del mantenimento della pace.

La Svizzera vuole sostenere la transizione da un governo monopartitico con un’economia pianificata a una democrazia pluralista con un’economia sociale di mercato.

In questo contesto è fondamentale che le parti in conflitto siano disposte a intraprendere autonomamente un cammino verso la pace e abbiano gli strumenti per farlo. Lo stesso vale per la cooperazione allo sviluppo in altri settori: il contributo della Svizzera consiste nel sostenere processi di sviluppo che questi Paesi avviano di propria iniziativa e perseguono con le proprie forze. I processi di trasformazione avviati 30 anni fa richiedono tempo e un cambiamento di mentalità. La chiave del successo dell’impegno svizzero in questi Paesi è stata – ed è tuttora – creare e mantenere rapporti basati sulla fiducia. Il fattore umano assume un’importanza centrale in questo senso, come dimostrano gli esempi menzionati qui di seguito.

La cooperazione svizzera con gli Stati post-sovietici oggi

La DSC ha ulteriormente sviluppato la propria capacità di reagire alle diverse condizioni e bisogni dei Paesi post-sovietici. Nel dialogo con i partner, la Svizzera ha fornito un contributo sostanziale alla ricerca di soluzioni e all’implementazione di riforme complesse. Questo sostegno, unitamente all’impegno a lungo termine, fa della Svizzera un partner molto apprezzato agli occhi degli Stati post-sovietici.

La cooperazione con l’Europa dell’Est mira a promuovere lo Stato di diritto, la democrazia e l’economia sociale di mercato e a rafforzare la società civile, con un’attenzione particolare ai gruppi particolarmente vulnerabili e alla parità di genere. Eccetto qualche lieve variazione, la Svizzera continua ad impegnarsi nei settori in cui può apportare un valore aggiunto, ossia:

  • buongoverno, servizi pubblici di base e lotta contro la corruzione
  • sviluppo economico, rafforzamento del settore privato e formazione professionale
  • mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai loro effetti, gestione delle risorse idriche e dell’energia
  • salute

L’obiettivo e la strategia di cooperazione negli Stati post-sovietici sono in linea con il quadro d’azione di ampio respiro definito nella Strategia di cooperazione internazionale 2021–2024. Conformemente alla strategia di politica estera e all’Agenda 2030 dell'ONU, la Svizzera si impegna a favore della creazione di posti di lavoro, della lotta contro i cambiamenti climatici, dello Stato di diritto e della riduzione delle cause dello sfollamento forzato e della migrazione irregolare in quattro regioni prioritarie.

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Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC)
Eichenweg 5
3003 Berna