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ComunicazioniPubblicato il 25 novembre 2022

Diritto all’istruzione, per moltiancora una chimera

L'istruzione è un diritto umano fondamentale. Eppure, centinaia di milioni di bambini e bambine al mondo non possono andare a scuola perché vivono in una situazione d'emergenza che a volte dura anni. La comunità internazionale deve fare tutto il possibile per sostenere i singoli Stati affinché offrano loro un'istruzione di qualità, una delle misure più efficaci per lottare contro la povertà.

Ragazzi che chiedono l’elemosina e vendono scarpe nella capitale afgana Kabul. Nel mondo, 258 milioni di bambine e bambini non vanno a scuola; l’84 per cento vive in una situazione di crisi durevole.

Autore: Luca Beti

Il racconto di Kinda e Bayan riemerge continuamente alla memoria. Le due bambine siriane guardano verso l'obiettivo della telecamera e ricordano la loro quotidianità sotto le bombe. «In Siria, le strade sono pericolose, piene di filo spinato e schegge. La scuola è la mia vita. Mi piace studiare e giocare con le amiche», dice Kinda. «Prima ho perso mio padre, poi tre anni d'istruzione scolastica», racconta Bayan. Undici anni di guerra civile hanno distrutto il loro sogno di diventare maestra e dottoressa. Come loro altri 2,4 milioni di bambini e bambine in Siria non vanno a scuola.

A circa 5000 chilometri di distanza, nel Nord del Burkina Faso, Rihanata racconta della fuga precipitosa della sua famiglia dopo un attacco perpetrato da un gruppo armato. «Stavo giocando con le mie amiche all'aperto. Quando sono tornata a casa, ho visto papà e mamma che mettevano un po' di cose in alcune borse», ricorda Rihanata. La ragazza si è rifugiata con i genitori nel campo profughi a Kaya, a cento chilometri di distanza. A causa della violenza, migliaia di scuole sono state chiuse negli ultimi anni in Burkina Faso, esponendo i bambini e le bambine al reclutamento da parte dei gruppi armati, alla violenza sessuale, ai matrimoni precoci, al lavoro minorile e ad altre forme di sfruttamento.

La scuola non è solo istruzione

Kinda, Bayan e Rihanata, tre storie diverse, tre destini comuni: vivono in contesti toccati da una crisi, dove il diritto all'istruzione non viene rispettato. Oltre ad imparare a leggere, scrivere e far di conto, la scuola offre protezione, un ambiente sicuro, pasti caldi, sostegno psico-sociale e un'assistenza sanitaria di base. «Ritornare in aula, significa ritrovare un po' di normalità», dice Fadi Baidou, esperto umanitario nei Territori palestinesi occupati. «L'istruzione è fondamentale per le scelte future e per far valere tutti gli altri diritti umani». Durante una crisi o un conflitto, l’andare a scuola permette di riportare struttura e stabilità in un quotidiano fatto di precarietà. Sul lungo termine, una buona istruzione è una delle misure più efficaci per sfuggire alla povertà perché si è in grado, ad esempio, di elaborare un piano finanziario, leggere un contratto di credito, pubblicizzare online i propri prodotti.

Stando a uno studio del fondo mondiale delle Nazioni Unite per l'istruzione in situazioni di emergenza, Education Cannot Wait (ECW), il numero di bambini e bambine in età scolastica che vivono in un contesto di crisi è passato da 75 milioni nel 2016 a 222 milioni nel 2022. Tra questi, un allievo su tre non può andare a scuola (78 milioni), mentre oltre la metà, anche se scolarizzato, non ha acquisito le competenze minime in matematica e lettura. Il rapporto ricorda inoltre che l'84 per cento delle bambine e dei bambini non scolarizzati vive in una situazione di crisi prolungata, la maggior parte in Afghanistan, Pakistan, Etiopia, Mali, Nigeria, Sudan, Sudan del Sud, Repubblica democratica del Congo, Somalia e Yemen.

Complessivamente, al mondo, i bambini e gli adolescenti che non vanno a scuola sono quasi 258 milioni. A titolo di paragone è come se tutti gli abitanti di Francia, Germania, Italia, Spagna e Svizzera non avessero mai aperto un libro in vita loro. Inoltre, molti iniziano la scuola elementare, ma non la portano a termine o non imparano nulla a causa della scarsa qualità dell'insegnamento. È il fenomeno che l'ONU chiama «crisi dell'apprendimento». Nonostante i progressi fatti negli ultimi decenni, anche se scolarizzato, quasi mezzo miliardo di bambini e adolescenti non possiede conoscenze di base in matematica e lettura per riuscire nella vita. A questa cifra vanno sommati altri 750 milioni di adulti analfabeti.

Con l'Agenda di sviluppo sostenibile la comunità internazionale si è posta l'obiettivo di garantire a tutti un'istruzione e una formazione adeguate entro il 2030 (OSS 4). Stando a un nuovo rapporto dell'UNESCO, solo uno Stato su sei raggiungerà questo traguardo. Le stime indicano che entro la fine del decennio le bambine e i bambini non scolarizzati saranno circa 84 milioni.

Investimenti privati nell'educazione

Il settore privato è una fonte finanziaria importante per l’istruzione nei Paesi a basso e medio reddito. Stando a un rapporto di NORRAG, rete internazionale di esperti in materia di educazione, tra il 2017 e il 2020 le fondazioni hanno sostenuto la formazione scolastica con 2,1 miliardi di dollari, devoluti soprattutto in Asia e Africa. Insieme alla cooperazione allo sviluppo e in collaborazione con le autorità statali, gli attori privati promuovono l’offerta educativa di qualità, favoriscono l’innovazione, condividono il loro sapere e promuovono nuove idee, contribuendo così al rinnovamento, non solo nel settore dell’istruzione. Un impegno che rafforza la resilienza, elemento centrale per affrontare le crisi. Il settore privato ha ad esempio finanziato centri di formazione, in cui vengono trasmesse competenze sociali e professionali. Queste permettono a chi entra nel mondo del lavoro di guadagnarsi da vivere, migliorare le proprie condizioni di vita, quelle della propria famiglia e di promuovere lo sviluppo economico dell’intera comunità. Esistono tuttavia alcune problematiche legate al finanziamento privato. Il Geneva Graduate Institute ha ad esempio evidenziato come le fondazioni, le imprese a scopo di lucro e gli investimenti d’impatto tendano a privilegiare i bambini e le bambine che vivono in aree urbane perché più facilmente raggiungibili. Un approccio che rischia di acuire ulteriormente il divario educativo e le disuguaglianze sociali. Inoltre, gli investimenti d’impatto puntano su risultati immediati, anche nel settore scolastico.

Il virus che ha cancellato tanti progressi

La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente peggiorato la situazione. Nel picco pandemico dell'aprile 2020, 1,6 miliardi di allieve e allievi non sono potuti andare a scuola. È stato così anche in Kenya, dove per nove mesi le aule sono rimaste tristemente vuote, con gravissime conseguenze soprattutto per le ragazze. «Da un giorno all'altro, mio papà ha perso il lavoro», racconta la diciassettenne Hellen Achayo. «Per non essere un peso, ho iniziato a frequentare un uomo. Mi comprava tè e cibo che dividevo con il resto della famiglia. Quando sono rimasta incinta, l'uomo non si è più fatto vedere». Ora, Hellen Achayo si alza alle cinque di mattina per andare al lavoro. Per circa 30 franchi al mese fa le pulizie in una casa a Nairobi. E questo sei giorni alla settimana. Con un bambino da nutrire, la scuola è diventata per lei un pio desiderio.

Come se la guerra non bastasse, negli ultimi due anni le scuole hanno dovuto affrontare la pandemia causata dal coronavirus. Ottobre 2020, classe nella scuola elementare nella città Tell Abyad, nel Nord della Siria.

La stessa sorte è toccata ad altri milioni di giovani poiché i genitori non possono più permettersi le rette scolastiche oppure perché molti istituti privati hanno chiuso per sempre i battenti. Ad esempio, in Uganda uno studente su dieci non è più tornato in aula dopo che le scuole erano rimaste chiuse per due anni, il periodo più lungo a livello mondiale. In Malawi, il tasso di abbandono delle adolescenti è aumentato del 48 per cento tra il 2020 e il 2021, in Kenya, il 16 per cento delle ragazze e l'8 per cento dei ragazzi ha lasciato la scuola. La pandemia ha inoltre ampliato le disuguaglianze educative tra le classi sociali. Save the Children indica che durante i lockdown un allievo su tre non poteva seguire le lezioni a distanza e che uno su due non aveva né un computer né accesso ad internet.

I vantaggi del sistema scolastico svizzero per la DSC

Il sistema scolastico svizzero dà la possibilità a tutti di andare a scuola, indipendentemente dalla situazione economica, dall'estrazione sociale, dalla lingua o dallo statuto di soggiorno. Non è così in molti Paesi a basso e medio reddito. Per un'istruzione di qualità, equa e inclusiva, la DSC intende promuovere maggiormente i punti di forza del sistema scolastico svizzero nei Paesi partner. Un rapporto dell'Alta scuola pedagogica di Zugo ha evidenziato cinque atout: prestigio e buona qualità della scuola pubblica; organizzazione decentralizzata; plurilinguismo e integrazione; apprendimento di competenze fondamentali; preparazione alla vita professionale. «L'obiettivo non è esportare in altri contesti il nostro know-how, bensì di essere fonte di ispirazione per le autorità e gli attori del settore formativo nei Paesi partner», afferma Martina Ramming, esperta in materia di educazione presso la DSC. Ad esempio, la cooperazione allo sviluppo ha promosso progetti volti a migliorare la gestione del plurilinguismo in Thailandia o l'integrazione scolastica di bambine, bambini e adolescenti in Niger.

Diritto all'istruzione, ma non per tutti

Stando all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati UNHCR, ci vogliono in media 17 anni prima che un profugo ritrovi una situazione stabile, situazione che tuttavia spesso gli nega il diritto all’istruzione sancito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989 e dalla Convenzione sui rifugiati del 1951. Tale diritto è ribadito nella risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 2010 che invita gli Stati a garantire un'educazione anche a chi fugge da guerre o catastrofi naturali. Apprendere a far di conto e leggere è infatti possibile anche in un campo profughi o in località discoste. Ci sono ottime opzioni educative, quali le scuole mobili, l'istruzione a distanza o quella non formale nelle comunità. In aula, le allieve e gli allievi possono scoprire i propri talenti, condividere preoccupazioni e desideri, rafforzare la resilienza. Insomma, prepararsi alla vita e prendere in mano il proprio destino.

«In tempo di crisi, la scuola offre ai bambini e alle bambine uno spazio protetto e dà loro un futuro», ricorda Patricia Danzi, direttrice della DSC. «La Svizzera si impegna per evitare di perdere un'intera generazione e sostiene l'istruzione nelle situazioni di emergenza». Da anni, la Confederazione si adopera per vedere realizzato il diritto all'istruzione. Acquisire competenze di base è fondamentale per fare delle scelte e per inserirsi nella società e nella vita professionale. Tale diritto è uno dei quattro obiettivi principali della strategia di cooperazione internazionale 2021-2024. In Africa, Medio Oriente, Europa dell'Est e Asia, la DSC promuove progetti volti a proteggere le bambine e i bambini colpiti da crisi, conflitti armati, sfollamenti forzati e migrazione irregolare e a garantire loro un'istruzione di qualità, equa e inclusiva, come si può leggere nelle pagine seguenti.

L'impegno articolato e duraturo della Svizzera

Dal 2009, la Confederazione fa parte del Consiglio di amministrazione del «Global Partnership for Education», partenariato che aiuta i ministri dell’istruzione nei Paesi in via di sviluppo a migliorare in modo duraturo i loro sistemi scolatici. Dalla fine del 2019, la Svizzera è membro del Consiglio esecutivo di «Education Cannot Wait», il fondo che sostiene il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini in contesti di emergenza e di crisi prolungate. Infine, in occasione del Forum globale sui rifugiati tenutosi a Ginevra nel 2019, la Svizzera ha lanciato un appello e ha contribuito alla creazione del «Geneva Global Hub for Education in Emergencies». La piattaforma vuole coinvolgere gli attori del settore presenti a Ginevra per favorire una visione d’insieme coerente e promuovere misure coordinate nel campo dell’istruzione nelle situazioni di emergenza. All’appello hanno risposto varie istituzioni internazionali, quali CICR, UNICEF, UNHCR, UNESCO. Al momento, la piattaforma conta 36 membri.

A caccia di fondi per realizzare un sogno

Purtroppo, il settore dell'educazione è cronicamente sottofinanziato. Secondo le stime, saranno necessari 75 miliardi di dollari all'anno per assicurare a tutti una buona istruzione entro il 2030. Se nell'ultimo decennio la spesa pubblica a favore delle scuole è costantemente aumentata, la crisi provocata dal nuovo coronavirus ha prosciugato le finanze statali. Secondo uno studio della Banca mondiale e dell'UNESCO, con l'inizio della pandemia circa il 65 per cento dei Paesi a basso e medio reddito ha ridotto nel 2020 le uscite per l'istruzione. Due anni dopo, un'indagine condotta dall'UNICEF ha indicato che su 122 Stati, solo una quarantina aveva riportato la quota a favore della scuola al di sopra dei livelli del 2019. Stando all'Agenda di sviluppo sostenibile, i singoli Paesi dovrebbero destinare almeno il 4 per cento del PIL o almeno il 15 per cento della spesa pubblica totale per l'istruzione. Una quota che molti Stati non hanno raggiunto e che probabilmente non raggiungeranno in futuro. Per questo motivo, in questo momento, gli aiuti pubblici e privati sono fondamentali per evitare che il divario educativo tra e all'interno degli Stati si allarghi ulteriormente. Nuovi dati indicano purtroppo che i donatori hanno diminuito gli aiuti all'istruzione. E con lo scoppio della guerra in Ucraina, la scuola è scivolata di nuovo in secondo piano.

«L'istruzione non può attendere. Diamo la possibilità a tutti di andare a scuola. Aiutaci a realizzare i sogni di 222 milioni di bambini e bambine», è questo l'appello di Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, lanciato in giugno all'indirizzo dei leader mondiali affinché mettano a disposizione più fondi. L'obiettivo è di raccogliere 1,5 miliardi dollari entro il febbraio 2023 quando si terrà a Ginevra la Conferenza di finanziamento di alto livello, organizzata da Education Cannot Wait e dalla Svizzera. I due promotori dell'evento ricordano infine che non si può attendere la fine delle guerre o della crisi climatica per dare la possibilità a 222 milioni di bambini e bambine di realizzare i loro sogni. Investire nella loro istruzione significa investire nella pace, nella lotta al cambiamento climatico, nello sviluppo dei loro Paesi.

#222MilioniDiSogni

Dal 2009, la Confederazione fa parte del Consiglio di amministrazione del «Global Partnership for Education», partenariato che aiuta i ministri dell’istruzione nei Paesi in via di sviluppo a migliorare in modo duraturo i loro sistemi scolatici. Dalla fine del 2019, la Svizzera è membro del Consiglio esecutivo di «Education Cannot Wait», il fondo che sostiene il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini in contesti di emergenza e di crisi prolungate. Infine, in occasione del Forum globale sui rifugiati tenutosi a Ginevra nel 2019, la Svizzera ha lanciato un appello e ha contribuito alla creazione del «Geneva Global Hub for Education in Emergencies». La piattaforma vuole coinvolgere gli attori del settore presenti a Ginevra per favorire una visione d’insieme coerente e promuovere misure coordinate nel campo dell’istruzione nelle situazioni di emergenza. All’appello hanno risposto varie istituzioni internazionali, quali CICR, UNICEF, UNHCR, UNESCO. Al momento, la piattaforma conta 36 membri.

#222MillionDreams

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